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Documento fondativo CorSA

DOCUMENTO FONDATIVO DELLA CorSA

INTRODUZIONE

La nostra generazione è caratterizzata da un’esistenza condotta all’ombra degli effetti di una crisi economica che per profondità è seconda solo a quella apertasi nel 1929. Ad oggi, ancora, non ci sono i segnali di un’inversione di marcia e crediamo, dato il contesto storico, tarderanno a venire. Gli effetti ed i costi di questa crisi, generata dalle banche e dal mercato capitalista, vengono fatti pagare, attraverso le leggi sociali e l’azione dei vari governi, alle fasce popolari più fragili (operai, lavoratori salariati, piccoli commercianti), ad ogni latitudine del pianeta.

Da Est a Ovest, da Nord a Sud: perdita dei posti di lavoro, tagli ai servizi sociali, abbassamento della qualità della vita, perdita di diritti, impoverimento. Tutto in funzione del mantenimento dei tassi di profitto del capitalismo. E ancora disoccupazione, miseria, guerre.

La vulgata dominante vuol far credere che le responsabilità della crisi siano dovute a piccole e particolari regole economiche, cioè dal modello economico liberista, o da una struttura della finanza sregolata, o da una sopraffazione del capitalismo cattivo rispetto al capitalismo buono (una contrapposizione fuorviante che non ha nessuna base materiale). Occorre invece dire le cose come stanno: ci troviamo di fronte ad una crisi di sovrapproduzione tipica del capitalismo, una crisi del capitalismo in quanto tale (la crisi risiede nel DNA del capitalismo).

È evidente che, al pari delle classi sociali sfruttate ed oppresse, anche gli studenti ed i giovani, pur non essendo in sé una classe sociale, accusano i forti colpi di questo generale attacco alle condizioni di vita. Formarsi, cercare lavoro, slegarsi dalla famiglia non è mai stato così difficile da parecchie decadi.

Nel campo dell’istruzione, pur pubblica che sia, le famiglie devono fare i conti con spese molto alte. Gli studenti vivono il loro periodo di formazione in una costante burrasca di incertezza e precarietà, a partire dai meccanismi di relazioni quotidiane fino all’intero e generale svolgersi del ciclo di studi. Nulla di solido sotto i piedi, neanche l’offerta formativa. Un’istruzione sempre più dequalificata ed incompleta, sempre più escludente per le fasce più popolari della società. Stesso discorso, aggravato, vale per l’Università. Al termine degli studi la difficoltà di trovare un lavoro dignitoso: oggi la disoccupazione giovanile in Italia (sotto i 29 anni) è attorno al 40% (dopo Grecia e Spagna). Quel poco lavoro è precario e senza garanzie, con durata limitata e condizioni di lavoro sempre peggiori, spesso non attinente al proprio percorso di studi. in Italia il 57% dei giovani lavoratori è precario. Ritorna pesantemente il fenomeno dell’emigrazione, raggiungendo nell’ultimo triennio gli elevati livelli post bellici: i dati ufficiali parlano di 114.000 cancellazioni anagrafiche in Italia all’anno, ma il dato dei trasferimenti reali sarebbe quasi di 300.000. Soprattutto giovani e neolaureati. In Italia i Neet (Not in Education, Employment or Training) tra i 15 e 24 anni sono il 20%, contro una media europea del 11,5% (questo secondo la Commissione Europea).

Il percorso per una propria autonomia-emancipazione, e per la costruzione di progetti personali a lungo termine, è sbarrato da mille ostacoli.

Ma sono proprio i giovani e gli studenti che assumono un ruolo in prima fila nelle rivolte di massa e nelle rivoluzioni, spesso un ruolo di innesco della lotta di classe generale, anticipandola e catalizzandola, come dimostrato oltre da memorabili esempi storici (tra i tanti la Resistenza antifascista, la rivolta ungherese del ’56, il movimento internazionale del ’68, la rivolta di Tienanmen..) anche dai fatti più recenti di questi anni (le rivoluzioni arabe, la lotta anticapitalista in Grecia, il movimento Indignados in Spagna, il movimento Occupy, la stagione di lotta della Nuit Debout in Francia..)

SCUOLA E CAPITALISMO

È importante analizzare, anche se brevemente, cos’è la scuola in una società capitalista, in una società divisa in classi contrapposte. Struttura economica e sovrastruttura politica, istituzionale e sociale.

Al pari di giustizia, morale, libertà, democrazia, etc., che non esistono in quanto tali (nelle loro concezioni pure) e non hanno un vero significato se non riferito al loro contenuto di classe, anche il concetto di istruzione non è imparziale e sopra le parti.

Nel mondo reale esiste infatti una giustizia di classe (una giustizia per gli oppressori, una giustizia per gli oppressi), una morale di classe (la morale di un’epoca è la morale della classe dominante), una libertà di classe, una democrazia di classe… E una scuola di classe: la scuola dominante è la scuola delle classi dominanti, della borghesia e del capitalismo.

“Nel campo dell’istruzione pubblica accade lo stesso fenomeno: quanto più evoluto è uno Stato borghese, tanto più sottilmente esso mente affermando che la scuola può restare estranea alla politica e servire la società nel suo complesso. In realtà, la scuola è stata trasformata per intero in uno strumento di dominio della classe borghese, è stata permeata dello spirito borghese di casta, si è vista assegnare il compito di fornire ai capitalisti docili servi e operai capaci … Noi diciamo che nel settore della scuola la nostra causa è la stessa lotta per rovesciare la borghesia e dichiariamo apertamente che la scuola estranea alla vita e alla politica è una menzogna e un’ipocrisia(Lenin, Dal discorso al 1° Congresso panrusso dell’istruzione, 29 agosto 1918).

La propaganda di una “neutralità scolastica” non è altro che una trappola di inganno delle classi dirigenti. Non esiste nessuna scuola neutra, obiettiva, imparziale.

La scuola, pubblica e privata, è uno strumento al servizio dello Stato e delle classi dominanti, elemento di conservazione e difesa di questi rapporti sociali e di questo sistema, allo stesso modo dell’esercito, dell’apparato di giustizia, della stampa e dei mezzi di comunicazione. Si provvede quindi nel campo dell’istruzione ad un indottrinamento (ideologico e meno ideologico) funzionale al capitale.

La scuola è l’apparato ideologico dominante del modo di produzione capitalistico. Non è essa stessa che crea la divisione della società in classi, ma contribuisce a perpetuare questa divisione e la sua riproduzione. Non è cioè l’esistenza di una scuola che è la base della formazione di nuovi proletari e nuovi borghesi, ma l’azione dei rapporti di produzione e la lotta di classe, che producono questa scuola.

La scuola ha una funzione centrale e decisiva, ma non bisogna esagerare la sua influenza: quella della vita quotidiana è ben più potente. Al contempo, un ruolo centrale per un’educazione alternativa a quella dominante, per una contro educazione, lo rivestono le organizzazioni della classe lavoratrice, che esercitano sui suoi membri un’altra influenza educatrice.

Una scuola “razionale” è impossibile nel regime capitalistico, che la permea di spirito mercantile.

È necessario che le organizzazioni del movimento studentesco e del movimento operaio abbandonino l’illusione della scuola neutra e apolitica e si convincano della necessità di lottare, nella scuola, per opporre al modello dominante quello di un modello basato sulle necessità della maggioranza della società: lottare per una scuola di classe proletaria, fondata sul materialismo storico, unica reale scuola “razionale e umana”.

Nella fase del nascente capitalismo i proletari erano esclusi dall’apparato formativo, dalle scuole, a causa dello sfruttamento intensivo dei fanciulli. La scolarizzazione di massa si sviluppa tra il 1871 e il 1914, come “servizio pubblico”. Uno strumento nelle mani della borghesia e del capitalismo ormai sempre più maturo che svolge un ruolo progressivo per l’economia e per l’umanità. Ma non senza contraddizioni.

Per l’accrescimento ed il miglioramento della produzione sono necessari il miglioramento della formazione e dell’istruzione delle masse, con un proletariato dinamico ed intelligente, mentre le necessità del dominio borghese impongono che essi siano ridotti. E ancora, da un lato il capitalismo ha bisogno di forza-lavoro non qualificata in soprannumero, mantenendo un’armata di riserva permanente di lavoratori che non hanno altro che la loro forza-lavoro da vendere, in concorrenza con il più gran numero possibile di altri proletari. Dall’altro canto lo sviluppo delle forze produttive in numerosi settori esige sempre più che si sappiano esercitare le funzioni specializzate, di inquadramento e di sorveglianza, quindi con tecnici e piccoli dirigenti. Ciò che la borghesia concede oggi al proletariato è un minimo di cultura. In tutti i paesi in cui regna il capitalismo, quest’ultimo ha trasformato la scienza in una merce accessibile a pochi.

La scuola della società capitalista, attraverso allora una strutturazione differenziata e classista (in Italia in maniera poi molto più marcata rispetto ad altri paesi capitalisti), serve innanzitutto gli interessi delle classi possidenti per la formazione da un lato di uno strato isolato di privilegiati capaci di dirigere la società borghese, d’assicurare il funzionamento dei suoi meccanismi e di far rispettare le sue prerogative; per mantenere, dall’altro lato, l’immensa maggioranza del popolo nello stato di massa asservita intellettualmente e di cieco strumento del capitalismo.

La borghesia utilizza la scuola di massa come uno strumento capace di asservire i lavoratori: essa insegna ai ragazzi a obbedire, a essere governati e divisi, insegna la collaborazione di classe (e l’inesistenza di classi contrapposte), la sottomissione del povero al ricco, del salariato al padrone, riempie le loro teste di pregiudizi religiosi e nazionalistici, insegna a rispettare ed amare lo stato attuale di miseria, di sfruttamento e di guerra, come se si trattasse di un ordine immutabile. Si formano gli studenti secondo un sapere nozionistico, non problematizzato e non storicizzato. Senza uno scambio reale educativo o addirittura sociale tra gli studenti (10 o 15 minuti di ricreazione non riescono a sfogare la necessità di interscambio studentesco e giovanile, che poi viene riversato in maniera caotica attraverso continue interruzioni durante le lezioni frontali).

Il tutto in uno schema con un esiguo ascensore sociale-educativo (contro gli stessi interessi della borghesia, tra le varie contraddizioni), gli studenti figli delle classi agiate piazzati in percorsi promettenti di sbocchi altolocati e dirigenziali, mentre gli studenti figli di lavoratori, per grande maggioranza, ripercorrono, come i propri genitori, percorsi non qualificanti e di serie B. Per i pochi che emergono nelle scuole secondarie, le aspirazioni vengono spesso successivamente soffocate attraverso mille ostacoli (economici, ma non solo).

Tutte le riforme degli ultimi trent’anni hanno tendenzialmente rafforzato la divisione classista delle scuole, tra istituti tecnici e licei, e tra i licei stessi.

TRAIETTORIA ED ULTIMI SVILUPPI

Il piano per una scuola sempre più classista ha visto una prima accelerazione a metà degli anni Settanta con l’istituzione dei cosiddetti Decreti Delegati.

I continui attacchi che vedono come oggetto studenti e lavoratori di scuola e Università hanno conosciuto un salto di qualità a partire dalla fine degli anni Novanta, col cosiddetto “processo di Bologna”, portato avanti a livello di Unione Europea. L’obiettivo era quello di avviare una ristrutturazione sistematica dei sistemi di formazione e istruzione, per ridurre la conoscenza a “risorsa” funzionale alla “concorrenza globale”. Ciò comportava l’eliminazione delle sacche “improduttive” e critiche nelle quali le lotte sociali dei decenni passati avevano lasciato tracce nella conoscenza e nella sua trasmissione. In Italia, come in altri paesi, parti centrali di questo programma sono state l’introduzione del sistema dei crediti nelle scuole e Università, con l’obiettivo di ridurre la formazione a contenuti immediatamente “valorizzabili” sul mercato, e l’apertura del sistema pubblico ai privati. Il colpo decisivo è stato sferrato con l’introduzione del concetto di “autonomia scolastica”: si avviava così a grandi passi la trasformazione progressiva dell’istruzione pubblica in scuole-aziende in competizione tra loro.

Le riforme Berlinguer-Zecchino, Moratti-Tremonti, Fioroni e Gelmini-Aprea hanno smantellato ciò che rimaneva dell’istruzione pubblica. Si è rincorso sempre più un progetto esplicito e spudorato di assoggettamento dell’istruzione pubblica alle leggi del mercato.

Ci si è ritrovati con un sistema d’istruzione logorato e dequalificato, costoso, svenduto ai privati, con strutture fatiscenti. Riduzione dell’organico e conseguente sorgere di classi e scuole pollaio. Programmi didattici arretrati e non inclusivi di molti temi fondamentali. Presidi trasformati in manager, con un vero autoritarismo all’interno delle scuole. Barriere per proseguire gli studi. Continui tagli dei finanziamenti pubblici, e di contro regalie alle scuole private. Esternalizzazioni di numerosi servizi (mense, biblioteche, pulizie, ecc.). Penetrazione del mondo delle imprese private nelle scuole attraverso suoi membri negli organismi rappresentativi della scuola, attraverso fondazioni e poi anche attraverso il meccanismo dell’alternanza scuola-lavoro (lavoro non retribuito svenduto alle imprese). Politiche incentivate da tutti i governi del passato (sia di centrosinistra che di centrodestra), avendo evidentemente in comune l’interesse del mercato e del capitale.

Nel mondo universitario si è conosciuto, oltre al blocco del turn-over per la sostituzione dei docenti universitari, una drastica e progressiva riduzione dei fondi destinati all’Università, dalla legge 133 di tremonti del 2008 alla riforma universitaria della Gelmini del 2010. Le leggi del governo BerlusconI hanno previsto il taglio sull’università di 63, 5 milioni di euro per l’anno 2009, di 190 milioni di euro per l’anno 2010, di 316 milioni di euro per l’anno 2011, di 417 milioni di euro per l’anno 2012 e di 455 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013.

Ma non è tutto: i governi Renzi e Gentiloni, attraverso la “Buona Scuola” sfoderano un fortissimo attacco alla scuola pubblica. Per capirci, la scuola che vuole Renzi, Gentiloni ed il suo governo è la stessa che voleva Berlusconi. Un disegno liberista e reazionario (che tocca il settore dell’istruzione ma non solamente), nascosto da un populismo propagandistico, che mai nessuno finora era riuscito ad imporre. La trasformazione berlusconiana della scuola in azienda, piegata alle logiche competitive e del profitto, trova oggi finalmente, grazie al PD ed ai suoi alleati, la sua realizzazione compiuta. Sorpassando la tradizione di anni di lotta degli studenti e degli insegnanti contro questa minaccia.

La Buona Scuola ha creato la figura dei Presidi-Marchionne, presidi padroni con poteri sulla composizione della squadra; con poteri sulla deroga a normative riguardanti l’organico e il suo utilizzo secondo flessibilità; con poteri sul ricorso a premi ai “docenti più meritevoli” (più servili anche rispetto a orari, permessi, disponibilità, e creando una logica di concorrenza senza precedenti). Si aprirà così la strada, inevitabilmente, anche ai metodi clientelari dentro le scuole, con un’intera categoria di lavoratori alla mercé di uno sfruttamento similpadronale, che segnerà di fatto l’addio non solo al contratto nazionale, ma anche alla libertà di insegnamento.

Si prevede poi la possibilità della detrazione delle spese per l’istruzione per le famiglie che scelgono le scuole paritarie (che sono già sommerse di centinaia di milioni di euro di finanziamenti) e investimenti aperti ai privati attraverso lo “school bonus”: andando così a creare un’ulteriore differenziazione di scuole di diversi livelli, quelle che riusciranno a recuperare fondi e investimenti privati (in cui l’autonomia dell’istruzione sarà seriamente minata) e quelle più scadenti situate in territori più poveri che non potranno ricevere finanziamenti privati.

Un impianto della riforma, quello della “Buona Scuola”, plasmato sull’idea di una società verticista dove viene rimosso ogni elemento di conflitto, opposizione o semplice alterità. L’alternanza scuola-lavoro diventa un’esperienza estranea, sempre più piegata agli interessi delle imprese private e del profitto, costringendo gli studenti a lavorare gratis e con mansioni scarsamente qualificanti (un modo per abituarli al futuro).

Non dobbiamo farci ingannare dal discorso sulla meritocrazia. Per diverse ragioni. Uno perché il concetto di merito varia molto a seconda di chi lo esprime e quindi degli interessi che vuole difendere. Infatti, proprio con Renzi e la Buona Scuola (ma non solo in questo), il significato “merito” significa premiare chi non fa assenze (chi fa poche malattie), chi obbedisce ai dirigenti, chi non si ribella, chi non cerca di difendere la propria condizione e quella dei suoi compagni (magari con lo strumento dei sindacati), riassumendo chi è (o lo sarà) produttivo economicamente. Secondo motivo perché non ci può essere una valutazione uniforme partendo da basi diseguali, da condizioni materiali e soggettive differenti. Per esempio, esistono notevoli differenze tra studenti che crescono in una famiglia di lavoratori o in una famiglia agiata e con più tempo a disposizione da dedicare ai figli, o ancora differenze tra studenti che devono dedicare tempo a badare a fratelli o sorelle, o che devono lavorare alcune ore alla settimana per proseguire gli studi, rispetto a quelli che possono permettersi ripetizioni, summer-school, viaggi all’estero ed esperienze formative di varia natura. Infine, per principio, il sistema educativo-istruttivo (tra gli altri) non dovrebbe esser sottomesso a logiche competitive tra gli stessi studenti, con classifiche in cui dividere tra presunti bravi e presunti meno bravi, con logiche di ricompensa, il tutto seguendo la logica di creare soggetti adeguati al mercato del lavoro. Occorre rivendicare il diritto anche a non essere “meritevole” secondo i canoni dominanti, rivendicare un percorso di educazione e di sviluppo di capacità critica e di indipendenza intellettuale.

Nel campo universitario la Ministra Giannini nel 2015 taglia di 87,4 milioni le risorse, arrivando ad un investimento complessivo di 6 miliardi e 927 mila euro per il sistema di atenei italiano.

Nel 2017 il Governo Gentiloni e la Ministra Fedeli hanno posto in essere la Buona Scuola attraverso l’approvazione delle deleghe. La politica del “nuovo” governo è quindi continuata sulla medesima linea dei tempi passati, dei governi precedenti. Atti autoritari e classisti: introduzione dei test Invalsi obbligatori per l’esame di stato, trasferimento di 500 milioni di euro alle scuole paritarie da parte del Governo, progetto di riforma dei cicli scolastici attraverso licei quadriennali. Quest’ultimo provvedimento si inserisce perfettamente nella continuità delle politiche di risparmio sulla scuola pubblica attraverso tagli economici. I vantaggi di un taglio di questo tipo, di un anno di studi, sarebbe quantificato in circa 1 milione e 300 mila euro. Mentre mantenendo lo stesso programma e la stessa didattica si arriverebbe ad una dequalificazione completa dell’istruzione ed un attacco frontale ai diritti degli studenti. Non mancano infine misure mediatiche e propagandistiche senza una reale incisione: la soglia di 13.000 euro di Isee per l’esenzione delle tasse universitarie per gli studenti è veramente bassissima, inoltre si accederebbe a questa NoTax Area solo se si fa parte della categoria degli “studenti meritevoli”.

LO STATO DEL MOVIMENTO STUDENTESCO

È da molto tempo che non si conosce in Italia un vero movimento studentesco in lotta. Gli ultimi ricordi possiamo ricercarli nelle stagioni 2008 e 2010, contro le politiche scolastiche del governo Berlusconi e della ministra Gelmini. Mobilitazioni terminate con delle sconfitte. Poi, pur a fronte di un continuo smantellamento della scuola pubblica, e nonostante una disponibilità degli studenti a scendere in piazza ed intraprendere percorsi di lotta, si è conosciuta una decrescita progressiva delle mobilitazioni, certo con propri spasmi. Negli ultimi anni non sono mancate manifestazioni studentesche nei territori, ma tutte hanno mostrato una debolezza di fondo.

Anche nell’ultimo biennio, da quando Renzi ha sferrato l’attacco frontale agli studenti attraverso la Buona Scuola, la risposta del movimento studentesco è stata totalmente inadeguata, per non dire assente. Questo nonostante la grandissima mobilitazione, che non si vedeva da decenni, del mondo degli insegnanti e del personale della scuola, condizione questa estremamente favorevole per rilanciare il movimento studentesco in alleanza con il movimento dei lavoratori della scuola.

Ma evidentemente non c’è stata la volontà. Centrale, in questa fase di riflusso, è stato il ruolo della direzione del movimento studentesco che, subalterno a frazioni della borghesia, non ha voluto rispondere in maniera adeguata.

Una direzione che non solo ha responsabilità sul piano presente, ma anche sul piano storico, portando il movimento studentesco oggi ad una situazione di debolezza propria. In tutti questi anni è stata fallimentare la conduzione delle lotte e delle mobilitazioni studentesche (superiori ed universitarie) egemonizzata da parte del mondo degli “autonomi” e dei “disobbedienti”, e della Rete  degli Studenti e dell’Unione degli Studenti. Nessuna capacità di porre un percorso di lotta all’altezza degli attacchi, nessuna capacità di indicare una prospettiva alternativa reale.

La debolezza generale del movimento studentesco arriva anche e soprattutto dalla debolezza del movimento operaio italiano, dalla sua direzione, dalla sinistra politica che, nelle sue organizzazioni tradizionali riformiste (Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista, CGIL..), è totalmente incapace di mantenere una minima linea autonoma di classe (nelle proposte e nei metodi), finendo per diventare la coda dei partiti liberali ed andando sempre più a destra. Si arriva così alla rimozione di qualsiasi reale protagonismo e conflittualità della classe lavoratrice, sostituendola con politiche di collaborazione di classe e metodi istituzionali (referendum). Non si vuole troppo disturbare il PD ed il suo governo di massacro sociale. È concesso certo criticarlo, ma non fino in fondo. È concesso scendere in piazza come valvola di sfogo alla rabbia degli studenti e dei lavoratori, ma non è concesso mettere in discussione la natura reazionaria del governo e scendere in lotta contro questo. Un paio di manifestazioni territoriali all’anno sono sufficienti, secondo i dirigenti della sinistra tradizionale, ad avere la coscienza pulita, ma sul piano dei rapporti di forza delle classe antagoniste sono totalmente insignificanti. La sinistra tradizionale si muove ed agisce (come può) per ricostruire pressioni e condizioni per rilanciare propri ruoli all’interno di futuri governi di coalizione, in cerca di posti istituzionali e ministeriali.

Ritornando ai settori del movimento studentesco, responsabili di sconfitte e dell’attuale stato di debolezza del movimento, è necessario essere chiari nella loro critica.

Un settore influente del movimento studentesco, ma ristretto nel solo campo delle scuole secondarie superiori, riguarda quello della Rete degli Studenti e dell’Unione degli Studenti. Organizzazioni con una forte impronta sindacalista (lotta per diritti studenteschi o per problemi particolari nella singola scuola, senza tanti posizionamenti e prospettive politiche), congiunta ad una linea e una pratica ultra moderata e per nulla incisiva, che le posiziona alla coda e al servizio delle classi dominanti. Organizzazioni che infondono una fiducia (illusoria) nelle istituzioni rappresentative, controllate da nemici degli studenti e dei lavoratori. Sempre alla ricerca di un compromesso “di palazzo” in vista di un possibile ricambio di governo di centro-sinistra, anche negli stessi momenti di grande mobilitazione, tradendo le aspirazioni degli studenti in lotta.

Un tema centrale portato avanti da queste organizzazioni è anche quello della legalità, soprattutto legato al tema delle mafie, strumento per combatterle. Ma, pur riconoscendo la nocività delle mafie e la necessità di combatterle fino in fondo, la concezione di legalità è una concezione che si deve fronteggiare (oltre ad essere totalmente inutile allo scopo individuato). Al tema della legalità ricorrono i perbenisti, gli agiati che vogliono difendere l’ordine costituito. Perché illegale in questo sistema è un’occupazione, è uno sciopero spontaneo, è fumarsi uno spinello, è un clandestino, è chi vuole lottare per acquisire nuovi diritti. Essere legali significa restare sottomessi alle logiche ingiuste di questo sistema. Questo noi non lo dobbiamo accettare.

Entrambe queste organizzazioni sono legate (direttamente o indirettamente) alla CGIL (la Rete ne è finanziata). Gli organismi dirigenti nazionali, regionali e territoriali, con il loro burocraticismo e carrierismo, sono spesso la scuola di formazione del ceto politico della sinistra riformista e liberale.

Esistono poi le realtà dei centri sociali che, presenti sia nel campo delle scuole superiori che nelle Università, hanno la caratteristica di avere composizioni eterogenee, legate alle tradizioni e alle analisi della “disobbedienza civile”, dell’area autonoma e autonomo-libertaria, e delle varie componenti anarchiche.

Talvolta queste formazioni sono più interclassiste della sinistra riformista tradizionale, somigliando più a strutture sociali della Chiesa cattolica. Sotto la propaganda di una democrazia diretta nascondono un verticismo antidemocratico assoluto. Nessun voto in assemblea, nessuna possibilità di organizzarsi in frazioni critiche interne, cosicché la linea ed il potere possono rimanere sotto il controllo di un pugno di capetti capaci di buona retorica. Anche per queste ragioni c’è una forte impronta settaria ed autoreferenziale, escludendo la ricerca dell’unità nella lotta tra studenti e lavoratori e marcando una sfacciata ostilità verso altre organizzazioni e partiti del movimento operaio (bandendo bandiere e volantini all’interno delle manifestazioni da loro dirette).

Di fondo c’è un individualismo piccolo borghese, un’azione incentrata nell’estetica, senza aver riguardo dei rapporti di forza. Un avventurismo quindi che li porta a scontri mediatici con la polizia, a scapito di migliaia di giovani manifestanti impreparati di fronte alla risposta repressiva dello Stato.

Da queste formazioni viene spesso proposta la formula politica dell’“autoformazione”: una formula vuota e senza prospettive, che elude l’analisi delle basi dell’intero sistema educativo sottomesso al sistema capitalistico. Prospettive politiche che a volte sbarcano verso la teorizzazione e l’accettazione di un “capitalismo dal volto umano”, di semplici “pratiche di solidarietà”, o di una generica “altra economia autorganizzata e autogestita”. Categorie come “classe operaia”, “destra”, “sinistra” sono catalogate come “estinte”. Tutto questo significa far retrocedere la coscienza di studenti e lavoratori.

Nelle scuole superiori e nelle Università cominciano ad esser presenti anche organizzazioni staliniste, tra tutte il Fronte della Gioventù Comunista. Lo stalinismo ha rappresentato una pagina buia per il movimento operaio e per il movimento studentesco e pur essendo una forza di classe è per sua natura controrivoluzionaria. Un’estetica vetero-comunista nasconde un appoggio a settori della borghesia (fronti popolari), evitando, ogni volta che si presenta l’occasione, lo sbocco rivoluzionario per la classe lavoratrice. Falsificazione storica, antidemocraticità operaia, repressione (violenta) dei rivoluzionari, conservazione dello status quo, sono le basi dello stalinismo. Queste organizzazioni studentesche, pur raccogliendo giovani combattivi, vivono una natura piena di contraddizioni ed arretratezza teorica, oltre che un forte settarismo di autoconservazione.

Esistono poi altre organizzazioni e collettivi che operano nell’ambito studentesco o universitario. Chi più chi meno seguono un centro attrattivo tra quelli sopra descritti. Pochi e sparsi sono infine le organizzazioni ed i collettivi veramente rivoluzionari, gli unici capaci di dare una prospettiva alternativa a questa fase di attacco alla scuola pubblica, a questa scuola di classe, a questo sistema.

Di contro, infine, un importante elemento a cui occorre prestare sempre più attenzione: il crescente movimento studentesco egemonizzato dalle organizzazioni di destra e dalle organizzazioni fasciste, fra tutte Blocco Studentesco (CasaPound) e Lotta Studentesca (Forza Nuova).

CAMBIARE ROTTA CON LA CorSA

All’urgenza dei compiti attuali e storici che il movimento studentesco è chiamato a svolgere è necessario rispondere innanzitutto cambiando totalmente registro, proponendo un’altra linea e soprattutto un’altra direzione. La Corrente Studentesca Anticapitalista (CorSA) nasce dalla necessità e volontà di portare all’interno del dibattito politico e culturale del mondo studentesco nazionale una visione di classe, internazionalista, anticapitalista e rivoluzionaria. È su queste basi, alternative all’ideologia dominante e al riformismo, nell’epoca senza riforme possibili, che collettivi studenteschi territoriali e singoli studenti, provenienti da esperienze politiche diverse, ma accomunati dal bisogno di cercare una risposta alle grandi questioni del nostro tempo, hanno deciso di organizzarsi e di dar vita alla CorSA.

Certo sono tanti i compiti che dobbiamo svolgere per superare questa impasse, in questa grande crisi economica, politica, culturale e di prospettiva, la più grande degli ultimi ottant’anni, di fronte all’imbarbarimento delle condizioni di vita di milioni di sfruttati, al ritorno impetuoso di nazionalismi e xenofobia. Ma senza un’organizzazione studentesca all’altezza non si potranno mai avere gli strumenti necessari per contrastare l’attacco che ci viene imposto da governo e padronato, per finirla con le continue sconfitte, per poter dirigere un domani l’intero movimento studentesco verso gli orizzonti che ci spettano.

La CorSA vuole dare elementi di analisi e prospettive alternativi a quelli avanzati finora dalle altre organizzazioni del movimento studentesco, appiattite su concezioni e pratiche che consideriamo illusorie e perdenti, non al passo con i tempi e sfasati dalle lezioni dei fatti politici presenti e storici.

Una corrente all’interno del movimento studentesco che si costruisce contro e in alternativa a tutte le tendenze del movimento studentesco: autonome, disobbedienti, riformiste, centriste (né riformiste né rivoluzionarie) e staliniste; mirando alla conquista della direzione del movimento studentesco. Vogliamo offrire una visione ed un’analisi materialista, una visione ed un’analisi marxista rivoluzionaria. L’unica capace di offrire la possibilità di combattere, ad armi pari, nell’arena delle sfide che, questo sistema economico e sociale ingiusto, per forza di cose ci chiama all’appello.

La CorSA è formata attraverso l’unione non solo di collettivi autonomi territoriali che dichiarano la loro adesione alle basi e al programma della stessa, ma anche tendenze organizzate all’interno di altre formazioni studentesche che lottano per conquistarne l’egemonia, e da singoli studenti che vogliono impegnarsi nella costruzione della CorSA in diversi contesti organizzativi.

Il funzionamento delle realtà locali della CorSA è basato sull’assemblea territoriale che discute e decide democraticamente la linea del suo intervento locale.

Questa prima fase che conosce la CorSA sarà dedicata alla prima accumulazione di forze, alla propaganda del progetto, per il suo decollo politico. Si ipotizza lo svolgimento di un primo congresso (con una nuova formulazione democratica degli organismi dirigenti, una tendenza nazionale più strutturata e più centralizzata, con documenti congressuali..), preceduto da una fase di discussione e confronto fra le realtà aderenti, per lo stadio maturo della CorSA nel prossimo futuro.

Non vediamo l’impegno politico nell’ambito studentesco come un qualsiasi passatempo. No, perché noi siamo qui per strappare le conquiste che ci spettano. C’è ancora molta strada da percorrere, c’è ancora “un mondo da guadagnare” e noi siamo qui per questo, siamo qui per vincere. Siamo consci che da una parte pesa l’arretramento del movimento di lotta studentesco, ed in generale l’arretramento del movimento operaio (e quindi una difficoltà a costruire organizzazioni rivoluzionarie). Dall’altra dobbiamo esser sempre pronti a cogliere le brusche svolte che si possono innescare, forse ancor più facilmente nel settore studentesco rispetto allo scenario politico generale.

Il compito attuale ed immediato sarà quello di organizzare la lotta studentesca contro la Buona Scuola ed il suo governo, intrecciarsi al movimento dei lavoratori della scuola, abbandonare i metodi ultra-moderati e spingere ad una mobilitazione di massa. Mettere in piedi gli strumenti e metodi di lotta all’altezza dello scontro in atto: tanto radicali quanto sono gli attacchi del governo. Usare gli strumenti degli scioperi studenteschi e delle occupazioni. Nessun dialogo con il governo, lotta permanente fino al ritiro dei decreti e fino alla caduta del governo, nostro nemico. Occorre formare un grande fronte unico delle organizzazioni studentesche di sinistra e delle organizzazioni di sinistra della classe lavoratrice per avanzare nella lotta.

Se mettiamo in campo la nostra forza, in alleanza a quella dei lavoratori, nessuno ci potrà fermare.

Il bilancio delle lotte passate dimostra che le pratiche riformiste non possono trovare sbocco in quest’epoca di crisi del capitalismo e dimostra che i governi, invece, concedono qualcosa solo quando sono messi all’angolo, quando hanno paura di perdere tutto. Solo metodi combattivi e rivoluzionari possono portare a qualche conquista.

Difendere quindi la scuola pubblica dagli attacchi tesi ad una sua privatizzazione ed alla trasformazione della scuola in azienda. Avanzare poi su rivendicazioni imminenti e transitorie: per un’istruzione gratuita, contro le scuole private, contro l’ingerenza della chiesa sull’insegnamento, per la trasformazione del contenuto d’insegnamento, per un sistema d’istruzione di qualità al servizio delle masse popolari, in una prospettiva di superamento di questa istituzione così determinata.

Utilizzeremo strumenti come campagne propagandistiche su delle rivendicazioni di fase, campagne di pubblicizzazione politica, e battaglie di demarcazione politica-teorica, attraverso discussioni interne al movimento studentesco, volantini, articoli ed iniziative pubbliche (su temi non solo studenteschi). Interverremo con le nostre forze e con le nostre parole d’ordine ogni volta che si aprirà la possibilità di un momento sindacale ed agitatorio. Chiameremo le altre organizzazioni studentesche, e soprattutto la loro base, ad iniziative e lotte comuni, pur nella diversità che ci contraddistingue.

Immetteremo gradualmente contenuti e modalità di lotta sempre più combattivi ed anticapitalisti all’interno delle mobilitazioni. Far elevare la coscienza degli studenti, questo è il nostro compito.

È necessario quindi spingersi oltre una “democratica” richiesta di avere una scuola pubblica, gratuita e per tutti (una scuola del capitale). “Strappare alle classi ricche il monopolio dell’educazione ha dovuto, in ogni tempo, essere l’obiettivo della parte intelligente del proletariato” (Kautsky). Ma non attraverso uno spirito individualista volontarista. Perché il compito educativo è in mano alla società (e la singola unità proletaria non può essere considerata una comunità educativa se non in modo molto secondario). Occorre svolgere questo ruolo di contro-cultura dentro e fuori la scuola. Attraverso le organizzazioni del movimento studentesco e della classe lavoratrice.

Una lotta ideologica contro l’influenza dell’ideologia capitalista nella scuola. Una lotta contro l’ordinamento scolastico, contro i metodi d’insegnamento, contro i contenuti dell’insegnamento (metodo e contenuti sono inseparabili). Avanzare una critica sistemica alla scuola del capitale e alla “cultura” separata dal lavoro produttivo.

Noi non crediamo nella rivoluzione per mezzo dell’educazione, soprattutto dell’educazione scolastica. Tuttavia solo la rivoluzione sociale è in grado di creare una scuola libera, degli educatori liberi e nello stesso tempo liberare le masse popolari. Finché esiste una società di classi, la scuola sarà inevitabilmente una scuola di classe. Per questo si deve porre la questione del potere.

Per un reale cambiamento a favore dei lavoratori, delle masse popolari e dei suoi figli, dovremo mettere in discussione questo sistema (a cui anche la scuola è ancorata) e lottare per un’altra organizzazione della società, che noi chiamiamo socialismo.

PROGRAMMA

1 – Contro “La buona scuola” di Renzi e abrogazione e di tutte le controriforme scolastiche e universitarie attuate dagli anni ’90 ad oggi (dalla riforma Berlinguer).

Parola d’ordine immediata contestualizzata all’ultimo ed ennesimo attacco dell’istruzione pubblica operata dal Governo Renzi attraverso il progetto “La buona scuola”. Occorre lottare contro questa idea di aziendalizzare la scuola ma comprendere che ci sono radici lontane e responsabilità bipartisan: riforma Berlinguer, riforma Moratti, riforme Fioroni, riforma Gelmini.

Non ci si può opporre a “La buona scuola” senza rivendicare quindi la cancellazione delle controriforme precedenti e delle loro filosofie.

La lotta alla privatizzazione della scuola deve essere uno dei cardini delle mobilitazioni per impedire che istruzione e formazione seguano e diventino in maniera diretta funzionali agli interessi del libero mercato, dei profitti di padroni e padroncini e di volontà politico-ideologiche della classe dominante. Opporsi all’entrata di questi interessi nelle scuole!

Occorre schierarsi contro le varie autonomie scolastiche (peraltro difese dai settori studenteschi della sinistra istituzionale), contro il finanziamento privato all’istruzione, contro l’ingresso dei privati nei consigli d’istituto, contro l’intromissione delle fondazioni, contro le figure di presidi-manager, contro una scuola sempre più classista e contro una scuola piegata alle logiche di mercato.

Nell’attacco reazionario verso l’istruzione pubblica difendere gli assi democratici dello “Statuto degli studenti e delle studentesse” che garantiscono l’esistenza di organi e assemblee autonomi degli studenti e di loro diritti. Ma allo stesso tempo lo “Statuto degli studenti e delle studentesse” rappresenta un limite (risultato di un compromesso) che dovrà esser superato attraverso nuove lotte studentesche che amplieranno gli spazi democratici e gli interessi degli studenti proletari.

2 – Massicci investimenti in istruzione e ricerca.

In controtendenza alle politiche di taglio al settore operato in maniera massiccia dei vari governi degli ultimi decenni rivendicare fondi ed investimenti non solo nel campo dell’istruzione (adeguamenti tecnologici, piani di edilizia scolastica, progetti, salari dignitosi per tutto il personale, etc.) ma anche nel settore della ricerca.

 

3 – Abolizione dei costi economici dello studio.

I costi economici per la formazione e l’istruzione sostenuti dalle famiglie proletarie per i propri figli o sostenuti direttamente dagli stessi studenti lavoratori rappresentano un peso decisivo nelle economie totali di questi soggetti, e sono da ritenere inaccettabili. Inoltre rappresentano il primo livello di selezione classista di accesso al sapere e all’istruzione impartito dal sistema capitalista.

Rivendichiamo che sia la collettività e quindi lo Stato ad essere garante dello sviluppo delle varie potenzialità individuali e collettive legate alla conoscenza e, dato che crediamo che conoscenza e istruzione debbano essere patrimonio fondamentale di tutti, chiediamo che vengano abbattuti i muri dei costi economici di questo settore.

Rivendicare non solo una legge “per il diritto allo studio” (punto al quale si fermano organizzazioni studentesche di stampo riformista), ma rivendicare in toto l’abolizione dei costi economici legati allo studio: tasse, libri, trasporti, mense, affitti, etc.

Questa parola d’ordine generale viene intreccia poi ad altre più particolari ed esplicative (seguenti).

4 – Cancellazione del numero chiuso e delle preselezioni alle Università.

L’accesso all’Università (per nulla universale), determinato innanzitutto da assetti classisti ed economici, si scontra infine il più delle volte anche con la barriera del numero chiuso, determinando un ulteriore elitarismo classista estromettendo le fasce più deboli della società.

Questo principio, assunto ormai a normale dispositivo di regolazione delle entrate in funzione delle necessità del mercato del lavoro e delle disponibilità finanziarie delle Università, va assolutamente cancellato.

Il diritto allo studio deve essere di tutti e non di pochi, l’accesso all’istruzione e alla formazione più elevata e specializzata non può essere limitato a priori, lo strumento di valutazione e selezione degli studenti deve essere legato all’andamento scolastico e alla capacità di apprendimento durante il percorso di studi, tenendo in considerazione necessità, particolarità e inclinazioni dello studente.

5 – Basta alle classi pollaio.

Le bestiali classi pollaio trovano radici nelle ragioni economiche di taglio alla spesa sociale: taglio sugli insegnanti, tagli ai finanziamenti pubblici.

Occorre rivendicare come numero massimo 18 studenti per ogni classe. Numero limite per un buon funzionamento dell’attività scolastica in classe, per le modalità di insegnamento verso gli alunni, per un rapporto adeguato tra insegnante ed alunno, per una giusta socialità tra gli stessi studenti.

6 – Abolizione dell’ora di religione e abolizione del concordato Stato – Chiesa.

Una parola d’ordine necessaria nel contesto della lotta contro il ruolo e l’influenza della religione e delle sue sovrastrutture in uno stato che rivendichiamo laico.

Massima libertà nella scelta confessionale individuale, nel terreno privato, fuori dalla scuola. Contro ogni forma di imposizione e propaganda di un modello religioso. Le strutture pubbliche, tra cui scuola ed Università, devono rimanere “neutre” e laiche, restando aperte al multiculturalismo.

La scuola deve essere luogo comune di incontro e scambio di diverse menti, basata nel campo materiale e conoscitivo e non spirituale e di reclutamento.

Via dalle scuole anche ogni simbolo religioso, per il rispetto di tutte le individualità.

Si dovrà prevedere invece l’inserimento nel programma di studi (nel corso di storia) della conoscenza delle diverse religioni esistite ed esistenti nel mondo.

Per liberare realmente la scuola e lo Stato dall’ingerenza religiosa è necessario rivendicare l’abolizione del concordato Stato – Chiesa.

7 – Educazione ad una sessualità libera dalla morale dominante (reazionaria) ed educazione al rispetto delle minoranze, corsi di autodifesa personale nelle scuole.

Rivendicare piani di educazione sessuale all’interno delle scuole, con un approccio libero dalla morale reazionaria dominante ed educativo verso il rispetto delle minoranze sessuali.

Rivendicare anche l’inserimento nel piano scolastico (magari nelle ore di educazione fisica) veri corsi di autodifesa personale, nel contesto della lotta per l’emancipazione femminile e individuale. Uno strumento di aiuto contro la violenza di genere (non solo fisica) e contro il bullismo.

8 – Per programmi di studio alternativi e contro le deformazioni dei libri di testo.

Nelle scuole e con maggior dettaglio nelle Università, i programmi di studio, i libri e le nozioni propagandate sono veicolati e modellati secondo le necessità ideologiche, economiche, tecniche e storico-filosofiche della classe dominante nazionale.

È così necessario cercare di smascherare tali deformazioni e revisionismi attraverso corsi di studio, di approfondimento e di ricerca alternativi a quelle proposti. Organizzati dagli stessi studenti o da personale qualificato emancipato.

La ripresa del marxismo rivoluzionario e del suo metodo è la base per condurre questa battaglia culturale.

9 – Esperienze nei luoghi di lavoro ed esperienze di lavoro retribuite.

Ogni studente dovrebbe fare un’esperienza minima, durante il suo ciclo di studi giovanili, di lavoro manuale ed intellettuale. Uno strumento per comprendere quel mondo ancora così distante. Un’esperienza però che non sia lavoro gratis o sottopagato a favore di aziende, come risulta l’inutile (per lo studente) e dequalificante piano dell’alternanza scuola-lavoro introdotto con “La Buona Scuola”.

Un lavoro specifico si impara concretamente una volta inseriti nel vero contesto lavorativo. Per questo deve restare compito generale dell’azienda l’investimento, attraverso una stabile assunzione, della formazione specifica di un lavoratore.

Il compito della scuola è quello di dare conoscenze e formazione in modo plurale e generale, non quello di diventare la filiale di un’azienda.

La funzione e gli obiettivi di queste esperienze nei luoghi di lavoro devono essere quelli della conoscenza del funzionamento generale di un’azienda, della sua strutturazione, della conoscenza delle misure di sicurezza, dei diritti sindacali, e della vita e dei ritmi dei lavoratori.

Inoltre importanti, per acquisire una minima esperienza e conoscenza del mondo del lavoro, sono le esperienze di lavoro da svolgersi in imprese pubbliche o nell’amministrazione pubblica, retribuite e tutelate al pari di un normale contratto di lavoro per un lavoratore non specializzato.

10 – Trasporti e mense gratuiti per gli studenti.

Si tratta di una rivendicazione specifica che deriva da quella più generale dell’abbattimento di ogni costo derivato dallo studio.

Considerato che nella maggior parte dei casi il trasporto pubblico è inefficiente per scarsi investimenti e sua progressiva privatizzazione, che le poche corse mattutine spesso trasformano i mezzi pubblici in carri bestiame per studenti e lavoratori, e che i servizi navetta sono spesso a pagamento o forniti da ditte private, diviene fondamentale un investimento pubblico che aumenti e migliori la sinergia con i vari istituti scolastici e le Università per avere più corse e più collegamenti negli orari sensibili (apertura, chiusura, rientri pomeridiani, collegamento con le zone periferiche) e che garantisca un servizio gratuito e di qualità.

Stessi principi li rivendichiamo per il servizio mensa: mense pubbliche e gratuite, di qualità ed aperte anche in orario serale.

11 – Affitti gratuiti per gli studenti figli di lavoratori e per un piano di incremento degli alloggi per gli studenti.

Altrettanto fondamentale è la lotta per garantire alloggi gratuiti agli studenti figli dei lavoratori, schiacciati tra rette sempre più alte di studentati e strutture pubbliche (in molti casi, peraltro, inadatte e fatiscenti) e il vero e proprio strozzinaggio senza controllo e senza limiti degli affittuari di abitazioni private; fattori che rendono semplicemente impossibile periodi di studio lontano dalla famiglia, che limitano inoltre una propria indipendenza ed emancipazione.

Rivendichiamo al contempo un grande piano di incremento degli alloggi pubblici e per gli studenti (gratuiti).

12 – Per un salario agli studenti dalla maggiore età.

La situazione di accessibilità allo studio diviene sempre più limitativa per chi soffre le contraddizioni del sistema capitalista. Famiglie a basso reddito non hanno possibilità di mantenere i propri figli (specie fuori sede) nella carriera universitaria. Dobbiamo porre come parola d’ordine un salario minino (750 euro) per gli studenti che vivono fuori dalla famiglia a partire dalla maggiore età, come diritto universale, per appropriarsi della propria autonomia ed emancipazione rispetto alla famiglia.

Deve esser garantita la possibilità inoltre di poter lavorare anche poche ore a settimana per poter integrare il reddito, partecipando così all’intreccio del mondo dell’istruzione con quello lavorativo, favorendo il legame sociale e politico.

13 – Abolizione di tutti i centri di educazione e d’istruzione privati. 

Una parola d’ordine avanzata e transitoria centrale.

All’oggi sono moltissime le strutture paritarie private, quasi totalmente gestite da organizzazioni cattoliche. Lo Stato ogni anno finanzia queste con centinaia di milioni di euro. Dobbiamo dire basta a questi finanziamenti insensati ed opporci all’esistenza delle strutture private che favoriscono ed accentuano le differenze su basi classiste del mondo dell’istruzione.

Rivendicare quindi la totale gestione del settore dell’istruzione (dalle scuole materne alle Università) per mano dello Stato, quindi un’istruzione totalmente pubblica. Prevedere l’assorbimento delle varie strutture private in un unico sistema pubblico.

14 – Per una scuola unica politecnica con corsi laterali differenziati obbligatoria fino ai 18 anni.

L’attuale sistema scolastico italiano è caratterizzato da una forte impronta classista per cui un giovane, già a quattordici anni, deve decidere, dietro impronte ed esigenze familiari, il suo futuro.

Il sistema scolastico italiano è costituito fin da subito da vari blocchi ed indirizzi differenziati. Istituti professionali in cui viene data un’infarinatura leggera su materie generali e dove si punta all’apprendimento di un lavoro manuale con dubbiosi sbocchi; Istituti tecnici sempre più dequalificanti sbilanciati su materie tecniche; licei che, più degli altri, offrono un’ampiezza di conoscenze pur mancando in settori centrali.

In linea generale una famiglia proletaria, che non possiede un livello di istruzione alto e non possiede tempo per seguire il figlio nell’istruzione complementare (visto che oggi la scuola da sola è insufficiente per la formazione di un giovane) avrà un figlio con un livello di istruzione mediocre e a quattordici anni sceglierà di continuare la sua formazione in istituti professionali o tecnici (scartando i licei anche per evitare di doversi trovare ad andare all’Università, così costosa).

Mentre i figli della borghesia, avendo avuto la possibilità di esser seguiti maggiormente da una famiglia generalmente più istruita, sceglieranno i licei, più adatti ad una formazione più vasta e buone palestre per l’Università. Questa è la tendenza che si riscontra nella realtà.

E’ urgente rivendicare l’eliminazione del classismo nelle scuole (che già si annida nella formazione dei primi anni, nelle scuole d’infanzia). Rivendicare una scuola unica politecnica, obbligatoria fino ai 18 anni, con corsi laterali/secondari differenziati. Una scuola che apporti per tutti una conoscenza completa nelle varie materie fondamentali, tecniche ed umanistiche, che abbracci i principali rami del sapere attraverso un grosso e maggioritario nucleo centrale di materie uguale per tutti. Ma che sia poi in grado di differenziarsi, in maniera marginale, per le inclinazioni dei singoli studenti.

15 – Per l’abolizione del diritto d’autore.

Rivendichiamo che la conoscenza sia ricchezza comune e non possa essere ingabbiata da motivazioni economiche o di mercato. L’abolizione del diritto d’autore è una rivendicazione centrale per poter permettere uno sviluppo pieno e completo in tutti i campi del sapere dell’intera società.

16 – Per una scuola ed un’Università pubbliche, laiche, gratuite e di qualità, al servizio delle masse popolari.

Una parola d’ordine generale da lanciare come prospettiva finale-transitoria, che abbraccia le altre rivendicazioni specifiche. Una parola d’ordine storica, tradizione del miglior movimento studentesco e del movimento operaio. Tutti i rivoluzionari devono lottare per pretendere una scuola ed un’università laica, di qualità, democratica e rispettosa di tutte le sue componenti interne, autogestita al suo interno da lavoratori e studenti, gratuita e pubblica.

17 – Abolizione del debito pubblico.

Dove si prendono le risorse necessarie per tutto questo? Abolendo il debito pubblico verso le banche e nazionalizzando le banche, senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto il controllo dei lavoratori.

18 – Stabilizzazione di tutti i lavoratori precari della scuola e miglioramento delle loro condizioni di lavoro.

All’interno del contesto scolastico tenere connesse le istanze di tutti i soggetti, per lo sviluppo di una lotta congiunta tra studenti, professori, personale ATA. Come prima cosa rivendicare quindi la stabilizzazione di tutti i lavoratori della scuola.

Rivendicare anche un contratto a favore dei lavoratori della scuola e Università pubblica che preveda: un aumento della retribuzione dei ricercatori in ambito universitario, sia all’interno degli atenei che per le attività di tirocinio o stage, svolte presso aziende locali, banche e industrie, attualmente libere di sfruttare manodopera a costo zero.

Rivendicare infine il ripristino della scala mobile per difendere i salari dall’inflazione.

19 – Cancellazione di tutte le leggi di precarietà.

Conseguentemente, oltre a sostenere la lotta dei lavoratori della scuola, gli studenti dovranno porre la parola d’ordine della cancellazione di tutte le leggi della precarietà del lavoro. Una tematica, quella della precarietà lavorativa al termine dei corsi di studi, che riguarda da vicino gli studenti e che rappresenta una parola d’ordine centrale per la gioventù, e che cerca di unificare ancora una volta le istanze del mondo studentesco con quello dei lavoratori.

20 – Lo stato sia garante di assicurare un lavoro a tempo indeterminato al termine del proprio ciclo degli studi.

Una parola d’ordine sicuramente avanzata ma necessaria. Una questione, quella di avere un posto fisso alla fine degli studi (nel proprio settore di studi, o seguendo le proprie preferenze), da esigere sempre con più forza, smascherando il sistema anarchico del capitalistico che non riesce a garantire una collocazione degna all’interno della società nemmeno dopo un intero ciclo di studi. Pretendere che lo stato se ne faccia carico. Una rivendicazione che si scontra con la compatibilità del capitalismo.

La CorSA è cosciente che solo metodi combattivi e rivoluzionari possono portare a qualche conquista, non solo rivoluzionaria. Per questo fa propri e rivendica gli strumenti di lotta del movimento operaio: scioperi studenteschi e dei lavoratori della scuola, agitazioni, occupazioni delle scuole e dei luoghi di studio, e relativi picchetti.

Occorre unificare le lotte di studenti e lavoratori, svelare gli stretti legami tra movimento operaio e movimento studentesco. Le conquiste reali si possono ottenere con la mobilitazione congiunta di entrambi i soggetti. Educare fin da subito gli studenti a riconoscere la classe lavoratrice come soggetto possessore della vera forza rivoluzionaria di cambiamento.

Spingere per la formazione di organismi consiliari studenteschi e dei lavoratori della scuola in lotta, in netta opposizione agli attuali modelli di governo e di (finta) rappresentanza all’interno della scuola e dell’Università. Va sviluppata una generale propaganda rivendicativa di una partecipazione vera e diretta di studenti e lavoratori alla vita e alla gestione dei luoghi di studio, con altri metodi di governo e rappresentanza, che spazzino via logiche gestionali tipiche del capitalismo, del clientelismo e del potere burocratico-baronale.

Lavorare per uno sciopero studentesco e dei lavoratori della scuola, ad oltranza fino alla caduta del Governo.  Operare con metodi che siano all’altezza dello scontro, contro l’attuale Governo Gentiloni e le sue misure di smantellamento della scuola pubblica. Ma allo stesso tempo non bisogna fermarsi alla lotta contro il Governo Gentiloni, occorre sviluppare una coscienza che vada oltre, che riconosca ogni governo del capitale come un governo nemico degli studenti e della classe lavoratrice e quindi porre la prospettiva della lotta rivoluzionaria per un governo della classe lavoratrice e per il socialismo.

CORRENTE STUDENTESCA ANTICAPITALISTA

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